Perchè sono architetto

E’ capitato che mi si domandasse, o che mi sia domandato, il motivo della scelta del“ fare l’architetto ”. Perché non altro, perché non il professore o il pubblico dipendente, l’archelogo o il giornalista. Non che il lavoro non mi si addica, anzi è mia naturale speranza il contrario, visto che è parte considerevole ed integrante del mio quotidiano. Il fatto è che appaio sempre indaffarato, con mille impegni, e che lavoro pure a dismisura, nonostante la sola idea di “lusso” non mi appartenga, anzi è essa stessa che bada bene a girarmi al largo. Non credo di aver mai seriamente risposto a nessuno, eccettuata l’ovvietà scontata dell’interesse verso l’arte plastica. Cercherò di farlo nelle righe che seguono, occupando uno spazio carta ragionevole, per chi naturalmente è interessato alla lettura. Fino alla età dei bei venti anni non sapevo bene che ci facevo alla facoltà di architettura di Milano, se non molto vagamente e nonostante l’ottimo rendimento nello studio. Erano gli ultimi bagliori di contestazione, ed io passavo maggior tempo ad occupare le aule per “lotta politica” che per seguire noiose lezioni di “baroni” che non si schiodavano dalle cattedre acquisite. Chiaro, non tutti i docenti che ho frequentato possono essere legati come fascine ai succitati, anzi, ad alcuni (pochi per la verità) riconosco una forte incidenza sulle mie certezze odierne, così come sui dubbi, a cui non bisognerebbe mai rinunciare. Comunque passava il tempo, mi accorgevo, con ogni probabilità inconsciamente, di come gli interessi erano per lo più volti al raffinamento di una filosofia di vita che innata mi accompagnava da sempre. Niente di eccezionale, per carità, solo la consapevolezza che l’unico sbocco pratico ad un idealismo che rischiava la deriva, a causa delle normali disillusioni che accompagnano il cammino di ogni persona, risiedesse nel concepire il lavoro che mi preparavo ad intraprendere, non semplicemente come una appendice del vivere quotidiano, bensì come parte inscindibile dello stesso. In poche parole, il dissenso e il conseguente impegno politico-sociale, nei confronti di una società migliorabile, se non guaribile, espresso in vari modi e settori apparentemente slegati, quali la contestazione di piazza, il volontariato, l’ecologismo, la poesia, la partecipazione alla cosiddetta “controinformazione”, trovavano finalmente un nesso sociologico nel concepire l’architettura, intesa in tutte le sue forme di incidenza sul territorio, come il tentativo di esprimere una concezione di sviluppo armonioso e “sostenibile”. Eccomi ora, a metà del “cammin di nostra vita”, ad interagire ogni giorno ed in modo spesso interdisciplinare con uno “staff” di persone, con la lieve supponenza di aver creato uno studio-laboratorio del “fare Architettura”. Alla fin dei conti credo che alcune buone cose sono nate in questa specie di anarchica bottega dei tempi nostri, ed altre sono pronte per affrontare “del mondo la burrasca”, senza la pretesa di insegnare ma piuttosto di imparare ad ogni piè sospinto, e tradurre la conoscenza acquisita nella realtà, senza compromessi o tentazioni di facili guadagni, solo cercando di trovare risposte spesso alternative ai bisogni che una società in continuo divenire reclama, oppure sogna. In fondo cosa è l’Architettura, se non il tentativo di plasmare i luoghi del vivere come missione d’arte? davide ferrari

davide ferrari